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Giulia d’argento

C’è un tempo per tutto. Giulia lo sa.

C’è un tempo per lottare, per esultare, per piangere e per disperarsi. E ce n’è tantissimo a disposizione per imparare. Sia dai propri errori che da quelli degli altri. E Giulia lo sa.

L’ha capito a Novi Sad, in Serbia. Il momento preciso è difficile da stabilire, ma durante quei Campionati Europei, Giulia ha saputo leggere tra le righe di quel tempo. E non solo ha letto, ha studiato. Ha compreso gli errori, lavorato su come non farne altrettanti, su come sbagliare ma in modo differente. Ha cominciato a capire come si può fare per provare a vincere.

Non medaglie, quello ci sarà una vita per farlo. Ma vincere sé stessa. Perché non esiste niente di più complicato del battere le proprie insicurezze. E in quel match non si arriva semplicemente a 15, né a 45. È un assalto aperto senza punteggio, con la sola possibilità di toccare o di prendere un bersaglio non valido.

Giulia lo sa. La consapevolezza l’ha portata avanti fino all’assalto con l’Ucraina sulle pedane di Dubai. La stessa Ucraina che ha abbracciato le azzurre quando si sono rifiutate di tirare con la Russia. Per colpa di una politica infame, che avvelena lo sport, senza però riuscire a intaccare i valori di quattro ragazze di neanche vent’anni. Che hanno dimostrato di essere più grandi di tutto e tutti.

Le stesse ragazze che quel match contro l’Ucraina a Dubai hanno vinto, andandosi a giocare la finale dei Campionati del Mondo. Giulia questo non lo sapeva. Benedetta, Carlotta e Irene nemmeno. Non sapevano che quella medaglia sarebbe stata appesa al loro collo, che tanto aveva sopportato e supportato quella testa piena di idee, lacrime, rabbia, bestemmie e delusioni. Perché lo sport è così: ti chiede tutto e non sempre ti rende qualcosa in cambio.

Ma quando lo fa, la sensazione di vittoria lascia che quella costante ricerca della perfezione per un attimo svanisca, per far sì che si possa godere quell’attimo indescrivibile.

E Giulia ora lo sa. Che quell’argento al collo è figlio di consapevolezza, dolore e volontà. È figlio di quattro ragazze che avevano un conto aperto con il destino e con una folle politica estera. È figlio di chi crede che la perseveranza porta a raccogliere i frutti di una semina dura. È figlio di chi ha imparato e sta imparando dai propri errori. È figlio di chi crede che nel momento in cui si fa dura, bisogna insistere e non arrendersi. È figlio di chi lotta con sé stessa ogni giorno per capire come non combattersi.

Quell’argento è figlio di Giulia.
E Giulia lo sa.

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